L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha superato una soglia cupa: è ora la più letale del paese, mentre il virus continua a diffondersi più rapidamente di quanto gli operatori sanitari riescano a contenerlo.
Il resoconto conservatore inquadra la crisi principalmente attraverso il suo tributo senza precedenti, riportando che più di 2.300 persone sono morte mentre l’epidemia supera le precedenti ondate epidemiche.1 Il resoconto liberale giunge alla stessa conclusione ma offre un quadro più ampio dell’emergenza: i dati del governo mostrano almeno 2.325 morti e 4.945 casi confermati, inclusi 101 nuovi contagi in un solo giorno.2
La differenza centrale è l’enfasi. La prima prospettiva mette in evidenza l’ampiezza del disastro; la seconda collega tale ampiezza alla rapida trasmissione, alla diagnosi tardiva e ai limitati strumenti medici. Sei delle 26 province della RDC sono colpite, con oltre 3.400 casi registrati in Ituri, dove è iniziata l’epidemia.2 Anche l’Uganda ha segnalato casi a Kampala, sottolineando il rischio di una diffusione transfrontaliera.2
L’epidemia è particolarmente difficile da controllare perché è causata dal ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti approvati. Uno specialista di Médecins Sans Frontières ha descritto un fallimento nella normale traiettoria di risposta alle epidemie: “Invece, continuiamo a vedere molti casi individuati molto tardi, quando il trattamento è meno probabile che abbia successo, con molti identificati solo dopo la loro morte nella comunità.”2
Questo contrasto rende i numeri qualcosa di più di un record. Segnalano una crisi in cui trasmissione comunitaria, rilevamento tardivo e assenza di terapie comprovate si rafforzano a vicenda, spingendo l’ONU ad avvertire che “Ebola sta vincendo nella Repubblica Democratica del Congo.”2