Storia
settembre 2, 2026
L’ordine di alimentazione forzata contrappone l’autonomia dell’imputato al dovere dello Stato di mantenerlo in vita
Un giudice federale ha autorizzato l’alimentazione e le cure mediche involontarie per Rahmanullah Lakanwal durante il suo sciopero della fame, mettendo in luce una netta contrapposizione tra le esigenze di sicurezza pubblica e i diritti di un imputato non condannato.
L’ordine di alimentazione forzata per Rahmanullah Lakanwal trasforma un caso di sparatoria mortale in una verifica più ampia dei limiti entro cui il governo può spingersi per preservare la vita di una persona che rifiuta cibo e cure mediche prima del processo.
I fatti principali non sono controversi: Lakanwal, accusato di aver ucciso la specialista dell’esercito Sarah Beckstrom e di aver ferito gravemente il sergente maggiore dell’aeronautica Andrew Wolfe a Washington, D.C., è detenuto dalle autorità mentre rifiuta il cibo da giugno e, a tratti, anche l’acqua. È stato portato in ospedale il 9 luglio e il giudice distrettuale statunitense Amit Mehta ha ora autorizzato «l’alimentazione e le cure mediche non consensuali».1
La ricostruzione conservatrice sottolinea la gravità delle accuse e l’effetto pratico della decisione: il personale medico può alimentare Lakanwal tramite un sondino per salvargli la vita. Evidenzia che l’ordine potrebbe essere prorogato oltre il 28 ottobre, se necessario, presentando l’intervento come una risposta diretta a un sospettato accusato di aver preso di mira le truppe della Guardia Nazionale. Il giudice ha dichiarato che le cure possono proseguire «fino a quando non saranno raggiunti un’adeguata assunzione orale di cibo e liquidi e un’adeguata accettazione delle cure mediche, e la vita dell’imputato non sarà più in pericolo».1
La ricostruzione liberale fornisce un contesto più ampio sulla tensione giuridica ed etica irrisolta. Mehta ha autorizzato le cure forzate per «preservare» la vita di Lakanwal «o impedire un prevedibile peggioramento delle sue condizioni che, se non trattato, potrebbe probabilmente portare alla morte».2 Questa impostazione sottolinea che Lakanwal resta un imputato, non un detenuto condannato, e che le ragioni del suo rifiuto del cibo e delle cure restano poco chiare.
Entrambe le prospettive riconoscono l’interesse dello Stato a impedire un decesso in custodia. Divergono però nell’enfasi: una mette in primo piano la presunta violenza e la responsabilità del governo di intervenire, mentre l’altra evidenzia l’autonomia medica, il giusto processo e l’assenza di qualsiasi spiegazione pubblica da parte di Lakanwal o dei suoi avvocati. Si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse, diverse delle quali prevedono la pena di morte, mentre il Dipartimento di Giustizia valuta se richiedere tale pena.2