Storia
settembre 25, 2026
Trump chiede alla Corte Suprema di ripristinare le deportazioni; i critici denunciano l’elusione del giusto processo
L’amministrazione sostiene che le deportazioni verso Paesi terzi siano fondamentali per la sicurezza pubblica e la diplomazia statunitense, mentre i tribunali di grado inferiore avvertono che i migranti hanno bisogno di essere informati e di avere la possibilità di contestare l’espulsione prima di essere inviati in Paesi che non conoscono.
L’amministrazione Trump chiede alla Corte Suprema di ripristinare una politica di deportazione che, secondo i tribunali di grado inferiore, può inviare i migranti in Paesi sconosciuti senza un preavviso adeguato o una reale possibilità di opporsi. Lo scontro contrappone la richiesta dell’amministrazione di rapidità e flessibilità diplomatica alle preoccupazioni dei giudici riguardo a persecuzioni, torture e giusto processo.
Nel suo ricorso d’urgenza, il Dipartimento di Giustizia sostiene che i rimpatri verso Paesi terzi siano uno strumento essenziale per far rispettare le norme, in particolare per le persone i cui governi d’origine si rifiutano di accoglierle o che hanno ottenuto una protezione limitata dall’espulsione. Il Solicitor General D. John Sauer ha dichiarato che la politica ha consentito all’amministrazione di deportare “migliaia” di persone e ha avvertito che “altre migliaia” potrebbero averne i requisiti.1
L’amministrazione presenta inoltre la disputa come un problema di politica estera. Sauer sostiene che l’intervento dei tribunali di grado inferiore minacci “accordi negoziati con cura” con i Paesi disposti ad accogliere i deportati e “causerà danni significativi e irreparabili alla politica estera degli Stati Uniti”.1 L’impostazione conservatrice, riflessa nella descrizione del caso come la controversia del DHS sulle deportazioni verso “Paesi terzi”, sottolinea la necessità del governo di allontanare le persone in modo efficiente, compresi i detenuti con precedenti penali.1
I tribunali di grado inferiore hanno adottato una posizione opposta: prima che una persona venga inviata in un Paese con cui non ha legami, le autorità devono fornire un preavviso e la possibilità di contestare l’espulsione. Questa preoccupazione è rafforzata dalla varietà dei Paesi di destinazione, tra cui nazioni alle prese con repressione, conflitti e povertà estrema.1
Le notizie provenienti dalla Liberia, dove deportati da diversi Paesi dell’America Latina hanno dichiarato di essersi sentiti apolidi, sottolineano le conseguenze umane. Hanno raccontato di essere stati inviati in Africa occidentale senza preavviso e senza la possibilità di contestare la decisione.1 La Corte Suprema aveva già consentito alla politica di proseguire mentre il contenzioso era in corso, ma l’attuale ricorso le chiede ancora una volta di annullare le tutele stabilite dai tribunali di grado inferiore. La giudice Ketanji Brown Jackson ha concesso ai ricorrenti fino a lunedì pomeriggio per rispondere.1