Storia
settembre 27, 2026

Il database degli elettori di Trump ottiene una tregua dalla Corte Suprema mentre l’integrità elettorale si scontra con i timori di epurazioni

La decisione d’emergenza con voto 6-3 della Corte Suprema consente all’amministrazione Trump di riprendere l’uso del database SAVE, mentre i critici avvertono che dati inesatti sulla cittadinanza potrebbero rimuovere ingiustamente elettori idonei prima delle elezioni di metà mandato.

La Corte Suprema ha temporaneamente spianato la strada all’amministrazione Trump per utilizzare un controverso database federale per verificare la cittadinanza degli elettori, intensificando lo scontro sul fatto che le misure di sicurezza elettorale proteggano il voto o ne minaccino l’accesso.

La decisione d’emergenza con voto 6-3 revoca il blocco imposto da un tribunale di grado inferiore al sistema ampliato Systematic Alien Verification for Entitlements, o SAVE. Il database può ora essere utilizzato per verifiche individuali che confrontano le informazioni degli elettori con i dati sulla cittadinanza, sull’immigrazione e sulla previdenza sociale, sebbene la legge federale continui a limitare le rimozioni sistematiche degli elettori nei 90 giorni precedenti un’elezione.

L’amministrazione e i suoi alleati conservatori presentano la decisione come una vittoria per l’integrità elettorale. Sostengono che il sistema rivisto offra agli Stati un modo più rapido per identificare i non cittadini che potrebbero essere registrati in modo improprio. Un account conservatore ha descritto la sentenza come una vittoria che consente al governo di combinare i dati della previdenza sociale e della cittadinanza, affermando al contempo che le contestazioni basate sulle leggi sulla privacy “probabilmente erano infondate”.

I critici vedono lo stesso database come un meccanismo soggetto a errori per restringere l’elettorato. I gruppi per i diritti di voto affermano che dati federali obsoleti hanno già fatto segnalare come non cittadini persone idonee, compresi cittadini naturalizzati. Il tasso complessivo di errore del sistema non è pubblico, e i ricorrenti hanno citato casi in cui una quota sostanziale degli abbinamenti si è rivelata in seguito riguardare cittadini.

Il disaccordo riguarda in definitiva sia l’autorità sia il rischio. La maggioranza della Corte Suprema ha affermato che la legge federale probabilmente consente al Department of Homeland Security di scambiare informazioni sulla cittadinanza con altre agenzie e di assistere i funzionari elettorali. La giudice Ketanji Brown Jackson ha replicato che “il danno causato dal gravare su anche solo pochi elettori legittimi o dal privarli del diritto di voto” supera qualsiasi danno per il governo derivante dalla sospensione del programma.

La sentenza non costituisce un giudizio definitivo. Il caso torna ai tribunali di grado inferiore, lasciando irrisolta la questione se l’amministrazione abbia creato un database centralizzato illegale o abbia semplicemente riattivato uno strumento legittimo per far rispettare le norme sul voto.

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