Storia
ottobre 8, 2026

L’ordine di esecuzione di Hasan firmato da Trump riapre lo scontro sulla giustizia e sulla pena di morte

L’approvazione da parte di Trump dell’esecuzione di Nidal Hasan viene presentata dai sostenitori come una giustizia arrivata con grande ritardo, mentre la copertura più ampia pone l’accento sulla storia legale del caso, sul precedente militare senza precedenti e sulle questioni irrisolte relative alla pena capitale.

La decisione della Casa Bianca di autorizzare l’esecuzione di Nidal Hasan trasforma una sparatoria di massa avvenuta 17 anni fa in un nuovo banco di prova per stabilire fin dove debba arrivare la pena di morte militare — e come la politica ne plasmi il significato.

Hasan è stato condannato da una corte marziale per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 a Fort Hood nel 2009. Il presidente Donald Trump ha approvato la raccomandazione del segretario alla Difesa Pete Hegseth di procedere all’esecuzione mediante fucilazione da parte dell’esercito, lasciando al segretario dell’Esercito il compito di fissarne data e luogo. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato: «Il giorno del giudizio per Hasan è finalmente arrivato».

La copertura conservatrice presenta la decisione principalmente come il completamento di una punizione attesa da troppo tempo. Sottolinea la retorica religiosa di Hasan durante l’attacco e lo descrive come un «terrorista condannato» e un «jihadista», presentando l’esecuzione come una risposta diretta alla sofferenza delle vittime. Un resoconto descrive inoltre l’ordine come una censura dell’amministrazione Obama per aver definito in precedenza l’attacco «violenza sul luogo di lavoro».

Altri resoconti riconoscono la gravità dei crimini di Hasan, ma attribuiscono maggiore peso al contesto istituzionale e legale. Hasan sarebbe la prima persona giustiziata dall’esercito statunitense da quando il soldato semplice dell’Esercito John Bennett fu impiccato nel 1961, rendendo l’ordine non soltanto una punizione specifica per il caso, ma anche il rilancio di un sistema di pena capitale usato di rado. Il rigetto del ricorso di Hasan da parte della Corte Suprema nel 2025 ha rimosso un ostacolo importante, sebbene il suo processo abbia attirato l’attenzione perché si rappresentò da solo e gli avvocati della difesa ritenevano che stesse cercando di farsi giustiziare.

Le narrazioni contrapposte condividono gli stessi fatti fondamentali: un attacco devastante, una condanna a morte e anni di ricorsi. Divergono invece sul significato della decisione. I sostenitori vi vedono una giustizia definitiva arrivata con ritardo; i resoconti più istituzionali vi scorgono un ritorno alla pena di morte militare, legalmente autorizzato ma dalle conseguenze rilevanti — un ritorno che potrebbe mettere alla prova la fiducia dell’opinione pubblica sia nella pena capitale sia nell’equità del percorso che ha portato Hasan a essa.

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